Pazzi Scatenati recensito su Blow Up:
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Pazzi Scatenati recensito su MangiaLibri
Si parla di Pazzi Scatenati su MangiaLibri.com
http://www.mangialibri.com/node/10306
di Mauro Maraschi
In Italia si pubblicano ogni anno 60mila libri, una media di 164,38 al giorno: arduo stabilire quanti di questi vendano una copia in più del numero di parenti dell’autore, impossibile negare la sovrapproduzione editoriale, o se preferiamo “tipografica”, del nostro paese. “Nel 2010 le case editrici presenti a Più libri più liberi, l’annuale fiera della piccola e media editoria, erano 431, niente in confronto alle 7.009 attive nello stesso istante sul suolo nazionale”. Se tutte queste imprese costituissero una fonte di lavoro tutelato si potrebbe apprezzare l’aspetto economico del fenomeno, ma le cose non stanno così: se “gli addetti a tutta la filiera sono più o meno 38mila”, un’ampia legione di quest’esercito di editor, impaginatori e factotum redazionali si ritiene insoddisfatta del proprio emolumento. E questo solo perché lavorare in editoria è “un mestiere affascinante”: pura follia, insomma. D’altronde: “Tutti questi libri di tutti questi editori hanno la possibilità di rendersi visibili su un mercato limitato come quello italiano?” (Il quale consta, che noia ripeterlo, più di scrittori che di lettori). Ma soprattutto: “queste imprese riescono a produrre un reddito capace di sostenerle e retribuire il lavoro di chi quei libri li ha fatti?”. Secondo Federico Di Vita “la risposta a queste domande è quasi sempre no”...
Ma facciamo un salto indietro, ed esattamente a come è nato Pazzi scatenati: “Un paio d’anni fa mi misi in testa di scrivere un saggetto sulla piccola e media editoria, non proprio un saggio, una specie di documentario. […] Tempo dopo rimisi mano a quei due capitoli e li infilai in un’antologia di racconti. Il mio editore […] cominciò a spronarmi: «Dovremmo farci veramente un saggio, sai per quella collana…», «…», «Sì, su questa storia dell’editoria romana.», «Romana?», «Vabbè, su, hai capito, la piccola editoria. Un saggio leggero, per la fiera». «Non questa, non farò mai in tempo!», «Va bene per l’anno dopo, facciamo un piccolo scandalo». «Se faccio i nomi mi denunciano». «Faremo quello che c’è da fare, anche legalmente». Di nomi, in effetti, Pazzi scatenati abbonda. Per fortuna, però, al momento nessuna denuncia, sia perché le riflessioni sono quelle legittime e argomentate di un precario dell’editoria, sia perché ad essere nominati sono più i meritevoli che i disprezzabili (anche perché alcuni di questi hanno ventilato querele). Si va dai librai agli editori fino ai promotori, dipingendo, tramite interviste, uno scenario fatto di lavori aggratise, di approssimazione e investimenti sprovveduti, con la puntualizzazione che – ovviamente – si sta generalizzando e che c’è sempre, da qualche parte, uno di questi “pazzi scatenati” disposto a comportarsi onestamente. Parecchi i punti a favore di questo pamphlet dalla struttura perfettibile (bastava una titolazione dei paragrafi più esplicativa): le testimonianze di Alessandroni (titolare di Altroquando) sulle librerie indipendenti e di Cassini sulla distribuzione (e sulla sua ineludibilità); un registro che spazia dal documentaristico all’umoristico surrealista, supportato da una scrittura frizzante; l’esaustivo excursus sulla legge sullo sconto del libro; e infine gli inserti parodistici sulla catastrofica esperienza personale del narratore (ovvero Il crudele apprendistato di Vero Almont), che però non può considerarsi universalizzabile. In conclusionePazzi scatenati è a metà tra un libro-inchiesta e uno sfogo dettagliato nel quale la generazione Cocopro può rispecchiarsi per smorzare l’accomodante sorriso amaro che la contraddistingue.
Pazzi Scatenati recensito su D-Mag
Si parla di Pazzi Scatenati su D-Mag.it:
http://www.d-mag.it/storytelling/articoli/1143/bazinga6-pazzi-scatenati
di Francesco Sparacino
Ci sono due false convinzioni con cui, noi nati all’inizio degli anni ’80, un po’ tonti e con una passione autolesionistica per i libri, siamo cresciuti. La prima è che lavorare nell’editoria sia fico. La seconda è che lavorare nella piccola editoria sia ancora più fico. Forse lo è stato mentre avevamo quindici anni, mentre ne avevamo diciassette, venti, ma poi le cose sono cambiate. Oggi, l’aggettivo “fico” può star bene per i cuochi – Alessandro Borghese è fico, Simone Rugiati è fico, Gordon Ramsay è fico! – ma non per la schiera di lettori, redattori, editor o aspiranti tali che sgomitano da nord a sud (che poi, se stai sgomitando al sud: mettiti un attimo sulle punte, guarda avanti, verso l’inizio della fila; ti sembra forse di vedere qualcosa?).
Se appartieni a questa categoria non sei fico, sei semplicemente uno a cui dare una pacca sulla spalla e augurare buona fortuna.
“Potete anche essere Leonardo Da Vinci o Batman ma senza la provvidenziale botta di culo che governa le assunzioni in questo settore comunque rimarreste dei precari. O lavorereste in nero. O lavorereste non pagati”.La citazione è presa da “Pazzi scatenati”, libro scritto da Federico Di Vita e pubblicato qualche mese fa da Effequ. A differenza di quello che si potrebbe pensare dal preambolo di questo articolo, “Pazzi scatenati” non è un trattato su cosa fare e non fare per diventare ficherrimo, ma un’attenta, cruda, a tratti divertente inchiesta sull’industria libraria in Italia. Nelle interviste e nelle recensioni, si è sottolineato di come Federico si sia concentrato sulla piccola editoria, smentendo quello che di solito i non addetti ai lavori pensano a riguardo: ovvero che i piccoli editori siano l’ultimo baluardo a difesa della cultura e dell’onestà intellettuale in Italia. In realtà, i piccoli editori sono spesso dei totali sprovveduti che mandano avanti la baracca alla giornata, andando alla ricerca di marchette giornalistiche, sottopagando o non pagando affatto i collaboratori, pubblicando libri destinati a rimanere bloccati in magazzino (“la loro stessa – abbondante – esistenza ha contribuito allo sgretolamento di un filtro: pubblicare a volte è diventato troppo facile, e l’editoria ha in parte perso la sua funzione di responsabilità, verso l’autore e verso l’opera"). Ovviamente questo vale per un gran numero di micro-editori, ma non per tutti. Ci sono piccole realtà portate avanti da gente ultracompetente e che punta davvero sulla qualità, con un progetto serio e a lungo termine.
Nelle interviste e nelle recensioni, dicevamo, si è dato risalto soprattutto a quanto viene scritto nel libro riguardo alla piccola editoria, questo è però solo uno degli aspetti che vengono toccati. In “Pazzi scatenati” ad essere esaminata è l’intera situazione editoriale italiana. Si parla di come le librerie indipendenti stiano progressivamente soccombendo di fronte all’avanzata delle grandi catene, della legge sullo sconto del libro, del ruolo del promotore librario, deidistributori, del self publishing, del continuo ricambio di stagisti all’interno delle case editrici, si mette a confronto la situazione romana con quella milanese, si sciorinano dati, testimonianze, curiosità.
Ne viene fuori il ritratto di un settore saturo, in profonda crisi, pieno di contraddizioni, isterico ma che, nonostante tutto – se sei uno di quelli che davanti alle bancarelle di libri sono capaci di disquisire minuti e minuti sull’utilità delle bandelle nelle edizioni di quella casa editrice x o sulla pessima qualità di carta utilizzata dalla casa editrice y –, continua ad essere terribilmente, irragionevolmente, fico.
Federico di Vita intervistato su RepubblicaDegliStagisti.it
Intervista a Federico di Vita su LaRepubblicaDegliStagisti.it
di Ilaria Costantini
Quando si è affacciato al mondo della piccola editoria italiana Federico Di Vita aveva 24 anni, una laurea in lettere in tasca e un'attrazione per i libri tanto forte da fargli apparire ragionevole l'idea di iniziare a lavorare come redattore in una casa editrice indipendente. Cinque anni più tardi, dopo aver brillantemente ricoperto praticamente tutti i ruoli disponibili nel settore, Federico non aveva ancora avuto l'onore di firmare un vero contratto di lavoro. Il primo stage si era infatti presto trasformato in una "collaborazione informale", cioè gratuita, durata più di due anni. Il secondo microeditore elargiva invece una remunerazione di 250 euro mensili, in nero. Una situazione limite, un'eccezione? Magari. «Tutto il settore si regge di fatto sul contributo di stagisti e persone che lavorano in condizioni simili alle mie», ammette Federico che in «Pazzi scatenati, usi e abusi dell'editoria italiana» (Effequ 2011) si è preso la sua piccola rivincita. Il suo libro inchiesta, di estremo interesse proprio perché scritto da un insider, racconta i perversi meccanismi che governano la filiera del libro italiano, svelando tra l'altro come centinaia di microeditori riescano oggi a sopravvivere in un mercato in crisi e altamente concorrenziale, dove i grandi gruppi si spartiscono gran parte della torta. La battaglia di resistenza combattuta dalla microeditoria indipendente rischia però di scaricarsi troppo spesso sulle spalle dei lavoratori, se così è lecito definire chi per anni offre il proprio lavoro in cambio di compensi nulli o irrisori.
Di Vita, come si è arrivati ad una situazione di illegalità tanto diffusa?
Negli ultimi quindici anni il numero delle piccole case editrici è molto cresciuto e al tempo stesso si sono quasi completamente saturati alcuni dei principali sbocchi professionali per i laureati in materie umanistiche, in primis la scuola. Moltissimi laureati si sono così orientati sull'editoria generando una grande offerta di lavoro per un settore che aveva invece capacità di assorbimento limitate. Nel frattempo c'è stata anche una rivoluzione tecnica che ha reso apparentemente semplice mettere in piedi un'impresa editoriale: in tanti hanno pensato che bastasse un computer, senza considerare invece quanto può essere difficile portare un titolo in libreria in un mercato così saturo.
A quanto pare in tanti hanno creduto in questa illusione…
Sì. Illuso è l'editore che crede di poter un giorno offrire un contratto a quelli che nel frattempo fa lavorare gratis o quasi; e a loro volta illuse le persone che si prestano a lavorare a simili condizioni, perché molto spesso indugiano troppo prima di capire la situazione. Io per primo intendiamoci: ho scritto questo libro proprio perché sono rimasto invischiato per cinque anni in questo ambiente, senza mai aver avuto un contratto ed essendo sempre stato pagato niente o pochissimo.
Ma come si giustifica in questi casi l'editore?
Molti piccoli editori hanno la «sindrome del benefattore», io la chiamo così. Ti dicono: ti faccio fare questa esperienza per 250, 300 euro al mese. Certo ti pago in nero, ti sfrutto, ma intanto ti aiuto a formarti. Il microeditore non ti promette un impiego definitivo, anzi molto spesso ti sprona a cercare altro nel frattempo, con l'alibi che la casa editrice non ti impegnerà tutta la giornata. Il che può essere vero: ma a me è capitato più volte di dover lavorare fino alle 4 di notte all'impaginazione di un libro. Alcuni piccoli editori, non c'è dubbio, sono in malafede; tanti altri invece si ritengono sinceramente dei benefattori. Sono una particolarissima specie di squali-sognatori.
Che tipo di mansioni si può essere chiamati a ricoprire?
Chiunque lavora nel settore finisce per fare un po' di tutto: non solo nella microeditoria, ma anche in case editrici un po' più conosciute e affermate i ruoli non sono quasi mai definiti una volta per tutte. Nell'ultima casa editrice per cui ho lavorato facevo il redattore, ma curavo anche tutta la comunicazione online e fino allo scorso luglio anche l'ufficio stampa.
Il tutto per?
Per 250 euro al mese, con degli extra a volte. Non è che lavorassi a tempo pieno, però lavoravo tanto, molto molto di più di quello per cui ero pagato.
Secondo te quante persone si trovano oggi in una situazione analoga?
Facendo un giro sui siti dei vari microeditori, tra lo staff trovi quasi sempre 5 o 6 o anche dieci persone. Poi ti accorgi che la casa editrice esce con un libro ogni due o tre mesi. Quindi o quei libri vendono tutti 200mila copie o questa gente non lavora, oppure, come poi in effetti è, lavora in nero. Mentre fai lo stage, non sei pagato d'accordo, ma almeno resti entro i limiti della legge: dopo ovviamente no. Basterebbe un semplice accertamento fiscale per portare alla luce lo stato delle cose. In un'intervista che riporto nel libro un piccolo imprenditore dice esplicitamente che «si lavora su base volontaria», che è un ossimoro per definizione, un controsenso. Il lavoro è una mansione svolta in cambio di un compenso, intendo dire: vocabolario alla mano.
Nelle grandi case editrici la situazione è diversa? Uno stage ha qualche probabilità in più di trasformarsi in un posto di lavoro?
Sicuramente anche i grandi editori sfruttano il meccanismo dello stage, anche se in questo caso non posso parlare per esperienza diretta. Ma almeno in una grande realtà non è impossibile riuscire ad avere un contratto e comunque non credo ci siano persone che lavorano per sempre, del tutto e completamente in nero. Oltretutto in Mondadori o in Feltrinelli i ruoli sono ben definiti: se entri come redattore o come ufficio stampa, puoi ragionevolmente presupporre di continuare a fare il tuo lavoro, senza che ti sia richiesto di passare a fare altro semplicemente perché ce n'è la necessità. La definizione dei ruoli aiuta la tua crescita professionale, ma anche la macchina dell'editore a funzionare bene.
La vera domanda a questo punto è: perché tante persone si prestano a lavorare in condizioni simili?
Secondo me esiste la percezione che sia socialmente prestigioso lavorare nell'editoria e in particolare per una realtà indipendente: aiutare a far crescere una piccola impresa, sfidare i grandi giganti editoriali può sicuramente essere appassionante. Ma se mi presto a lavorare gratis o per cifre irrisorie in realtà io sto svalutando quel lavoro, è come se ammettessi che il valore di quello che faccio è nullo o quasi. Non è solo una questione personale, ma anche sociale. Io sconsiglierei vivamente di intraprendere questa strada.
Tu stesso alla fine ti sei deciso ad abbandonarla: la collaborazione con la casa editrice con cui hai pubblicato «Pazzi scatenati» si è interrotta dopo l'uscita del libro.
Sì, mi è stato detto che non c'era più la necessaria serenità per continuare il nostro rapporto. Adesso lavoro in una libreria indipendente di Roma e sono soddisfatto: non solo perché mi piace, ma soprattutto perché mi pagano per quello che faccio, cioè proporzionalmente al lavoro che svolgo. A questo punto per me è un dato inaspettato.
Pazzi scatenati su Malesangue.com
Pazzi scatenati consigliato su Malesangue.com:
http://malesangue.com/2012/01/19/tre-libri-per-una-compagnia-non-galleggiante/
"...Di qui al secondo libro di cui voglio parlare il passaggio è facile. Si chiama Pazzi scatenati, l’ha scritto Federico Di Vita per una piccola e tradizionale casa editrice (effequ) e mi è stato regalato, anche in questo caso. Nell’introduzione lo stesso Federico, raccontando la genesi del libro, parla dell’imbuto in cui si sarebbe trovato scrivendolo (e che ha poi ovviamente superato); ma il link col libro di Sergio, è chiaro, è nel contenuto: Federico indaga la piccola editoria italiana e la fa a pezzi – con tanta ironia – o meglio, ne fa a pezzi i meccanismi e le velleità. Che sono tutte lì, Federico (purtroppo) non si è inventato nulla. Ma ecco la spettacolare pagina con cui tutto ha inizio[2]: Bene, Federico racconta quel mondo che ho caldamente sconsigliato di frequentare a Sergio col suo libro; ma anche in questo caso, il testo di Federico l’ho letto con piacere perché in qualche modo ho fatto parte anch’io del libro, mentre l’autore lo scriveva – c’è quel pezzo in cui va alla disperata ricerca de La casa dei libri di Richard Brautigan, e in effetti Federico mi chiese consigli a riguardo, all’epoca. Ci sono cose di cui abbiamo parlato per giorni, a pezzi e morsi via mail, e su cui con lui mi interrogo tuttora. Ci sono le riviste su cui io e lui scriviamo e gli editori che conosciamo entrambi. E poi ci sono dei pezzi più narrativi, direi, in cui vien fuori tutto il talento di Federico, grandissimo lettore e scrittore di gran coscienza (non saprei dirlo meglio): mentre di solito lui sta là a fare il cazzone, il timido, il modesto; e io lì a dirgli «Forza! Tira fuori le palle!», tipo quando decisi di pubblicare un pezzo del suo primo libro qui su questo blog. E insomma, Federico le palle le ha tirate fuori davvero e ha scritto questo libro che ti spiega perché certa gente non soffocherà tra gli stilisti imprecando il credit card ma si perderà nel sottobosco della piccola editoria, il circo della piccola editoria, in cui si entra tutto sommato facile ma dal quale non si sa quando né come si esce. In cui le cose non funzionano perché i meccanismi sono quelli dei grandi gruppi solo replicati più in basso e con pochi mezzi. Il punto è che anche in quel mondo che vorrebbe ergersi a difensore e moltiplicatore di cultura, finisce che nessuno legga i libri: neppure quelli che si decide di pubblicare. Un mondo subacqueo, insomma, in cui molti cercano visibilità ma pochi hanno ancora cura dell’oscuro oggetto del desiderio – il libro, per la miseria.
Pazzi scatenati su VolevoEssereJoMarch.blogspot.it
Pazzi scatenati recensito su VolevoEssereJoMarch.blogspot.it
http://volevoesserejomarch.blogspot.it/2012/01/pazzi-scatenati.html
il sottotitolo del libro di Federico di Vita e'Usi e abusi dell'editoria italiana ma il suo punto di vista della sua inchiesta e' molto romanocentrico, l'analisi delle distorsioni del mercato editoriale riguarda soprattutto le piccole case editrici di Roma e i malcapitati giovani che vi lavorano. Di Vita parte da un dato di fatto: come può una minuscola impresa editoriale avere dieci, undici addetti? Puo': sfrutta la disoccupazione intellettuale, il meccanismo perverso dello stage, il miraggio dell'apprendistato. "Sottrarre tempo a donne e uomini che si affacciano al mondo del lavoro, facendogli perdere anni, sapendo di non potergli garantire un futuro, e' un atteggiamento criminale" e ancora "la scuola editoriale non c'e' più', non c'e' perche' non serve. Serve qualcuno che faccia i pacchetti". I piccoli editori lui li definisce in vario modo: si passa da "idealisti" a "sprovveduti", "figli di papa'", "megalomani". Le eccezioni non mancano, ma anche in posti seri come Minimum fax o Fazi di lavoro per giovani laureati non ce n'e' e non ce ne sarà. Forse prendendo atto che il libro più venduto in Italia e' quello delle ricette di cucina di Benedetta Parodi, laurea in lettere o no, invece di perdere tempo a impacchettare volumi inutili, i ragazzi dovrebbero buttarsi sulla ristorazione.
Pazzi scatenati su SoloLibri.net
Pazzi scatenati recensito su sololibri.net:
http://www.sololibri.net/Pazzi-scatenati-Usi-e-abusi-dell.html
di Mario Bonanno - 09-01-2012
Se non vi chiamate Fabio Volo o Giorgio Faletti (e dunque vendete vagonate di libri per il solo fatto di chiamarvi Volo e Faletti), vi siete chiesti perchè vi ostinate ancora a barcamenarvi per l’alto mare aperto della media e piccola editoria? Poiché a scrivere (bene) si fatica da bestie, i riconoscimenti sociali stanno a zero (i simulacri dei premietti condominiali non valgono) e sulle royalties meglio stendere un pietoso velo, o siete sadomasochisti persi oppure, per dirla con il (sagace) titolo del saggio di Federico Di Vita, siete “Pazzi scatenati” (effequ, 2011).
Non è che ci sia tanto da girarci intorno: la lettura di questo “libro nero” sull’editoria italiana (dato che i libri neri di questi tempi fanno decisamente trend), a meno di fortissimi disturbi della vista, può spalancarvi gli occhioni belli (e ingenui) sul cul de sac in cui vi siete cacciati il giorno in cui avete deciso di sbugiardare il detto che carmina non dant panem.
Di Vita sa benissimo di cosa scrive quando descrive i gironi infernali in cui si contorce l’editoria “de noantri”. Nel suo pamphlet le regioni sulfuree della via crucis libraria, sono scandagliate una a una, con la perizia perfida e implacabile di un regista da mondo movies che furono. Con la sua penna sarcastico-affilata che in un paese normale (come belerebbero i politicanti del nostro scontento), se non proprio Mondadori avrebbe dovuto garantirgli quanto meno di che vivere ultra-dignitosamente, Di Vita ci introduce nelle interzone paurose/perigliose di un settore alla canna del gas (tolti i moloch delle grandi concentrazioni editoriali), affollate da personaggi in cerca (di diritto) d’autore, librai sull’orlo di una crisi di nervi, promotori cazzuti per senso del dovere, tipografi sfangati, stagisti over 40, precari umiliati & offesi, (micro) editori narcisisti patologici, fiere e fieruzze che lasciano il tempo che trovano: resa l’idea, no?. Robusto è anche il novero dei testimonial arruolato ad hoc da Di Vita tra le fila di ex, sedicenti, e/o addetti ai lavori, tutti insieme appassionatamente a rafforzare la tesi ultima e sacrosanta di questo saggio al vetriolo: gli “usi e abusi dell’editoria italiana” cui sbandiera il sottotitolo (terroristico solo per chi fosse deficitario di senso di ironia) altro non sono che la diretta conseguenza di un settore alla frutta; facciamocene tutti una ragione perché così è e così sarà, anche se non ci pare.
Ultima cosa: lo iato che passa tra i libri neri serioso-pontificanti e questo, invece, acuminato & scanzonato di De Vita, è che tra le pagine di “Pazzi scatenati” si sorride spesso. Magari per non piangere, ma si sorride. Dieci e lode al suo misconosciuto autore, alla faccia di Volo e di Faletti.
Pazzi scatenati su ControLaCrisi.org
Estratti da Pazzi scatenati su controlacrisi.org:
Pazzi scatenati su RivistaInutile.it
Federico di Vita intervistato su Rivista Inutile:
http://www.rivistainutile.it/?p=1723#more-1723
Intervista a Federico di Vita
{di Giacomo Buratti}
{Quella che segue è un’intervista registrata con l’autore del libro lo scorso ventisei dicembre, nel pieno stordimento postprandiale delle feste}
Come ha detto qualcuno, la paura è una delle caratteristiche della vita dei precari dell’editoria — e infatti molte delle persone che hai intervistato hanno chiesto di restare anonime —, mentre Pazzi scatenati è un libro che, come direbbe mia nonna, “non le manda a dire”. È perché tanto ormai hai deciso che non lavorerai mai più nell’editoria o perché pensi che sia giusto così?
Non penso che lavorerò più nella piccola editoria. Ci ho provato per cinque anni e non sono mai riuscito a lavorare nel senso di essere pagato, che poi è quello che si trova sul vocabolario, e quindi penso che non ci lavorerò più perché ho bisogno dei soldi per vivere. Ma nel libro non ci sono scritte cose non vere. Io ho spiegato un meccanismo, che è quello del mondo editoriale, che porta allo sfruttamento della gente.
Li ritrai come una massa di incompetenti…
Molti sono incompetenti, molti sfruttano la gente: alcuni coincidono, alcuni no. Alcuni non sono né incompetenti né sfruttano la gente, ma sono una minoranza.
Ma secondo te è ora di dire le cose come stanno, e di proporti come Roberto Saviano dei poveri…
Sei un coglione.
… oppure c’è un po’ di disfattismo?
Voglio dire una cosa, perché vedo che anche tu, come altri che stanno un po’ nell’ambiente, tendi a notare solo uno degli aspetti. Lo stesso succede in quell’articolo a cui hai fatto riferimento di MilanoRomaTrani, pure lì vengono sottolineate solamente queste parti più risentite o rabbiose, per esempio l’intervista ai redattori anonimi. È vero, c’è anche questo nel libro, perché evidentemente quest’ambiente porta a maturare le considerazioni che hai fatto anche tu, che hanno fatto i redattori che ho intervistato e che in parte magari ho fatto anch’io. Però c’è anche dell’altro. Quello che ho provato a fare è parlare di questo mondo, di una situazione comunque tragica, però in modo lieve, anche per renderla accessibile a tutti e non per fare la solita parte di quello che si lamenta che – anche se su questo tema forse non c’era – ha comunque rotto le palle.
Sì, ma a prescindere dal modo e dal tono, tu comunque dici «Tutto questo sistema fa vomitare». Scherzando e ridendo lo dici uguale.
Lo dico perché penso che è vero. Di solito di questi piccoli editori si parla come se fossero… Ci stanno questi forum tipo Writer’s Dream, dove l’immagine che si dà della piccola editoria è che sono eroi quelli che non fanno pagare gli autori, mentre i maledetti sfruttatori sono quelli che li fanno pagare. Questo è falso, perché l’autore che paga lo fa perché ha un problema direi quasi mentale di vanità, e quindi pensa di dover buttare tremila euro per veder pubblicate cento copie di un libro bruttissimo — perché se ci sono settemila editori e tu non hai scritto una cosa che proprio è carta da culo, qualcuno che ti pubblica lo trovi. Forse mancava un testo che dicesse che in realtà questi non sono gli eroi virtuosi che combattono contro i mulini a vento ma sono in gran parte dei cialtroni e in molti casi – magari cominciando senza volerlo – finiscono per sfruttare la gente. Tutta una generazione di precari, che siamo noi, ha serie difficoltà a trovare un lavoro vero perché le uscite umanistiche non ci stanno più. Mi sembrava che questa cosa così grossa non era stata mai detta, e anzi passava un messaggio distorto, che questi erano dei bravi e virtuosi eroi della cultura. Invece no, non stanno salvando il mondo e no, non gliel’ha detto il medico: se tu non c’hai i soldi per pagare la gente non la fai lavorare in una casa editrice. L’autore che paga invece è perfettamente conscio di pagare, non ci vedo lo scandalo. Mi può sembrare stupido, non scandaloso.
D’altra parte tu fai tutto un discorso sulla bibliodiversità che mi lascia perplesso. Sembra che l’unica garanzia siano le librerie e gli editori indipendenti…
Sono convinto che in parte sia così, nel senso che i grandi gruppi editoriali in Italia sono cinque, e anche se offrono comunque titoli di qualità, se rimanessero solo loro alla fine tu saresti un lettore telecomandato, è come se hai le tre reti Rai e le tre Mediaset e sei costretto a vedere solo quelle. Per tutelare la bibliodiversità sarebbe bene consentire la sopravvivenza di altri soggetti. In moltissimi casi questi altri soggetti sono inutili e superflui e addirittura dannosi, quando creano un problema di nero e di sfruttamento del lavoro, però, al netto di chi non è in grado di fare il proprio mestiere, c’è anche chi ha un proposta culturale significativa, per esempio minimum fax. Se sparisse minimum fax, schiacciata da questo sistema, a me dispiacerebbe.
Del resto tu dici che il sistema delle piccole case editrici è insostenibile, perché si regge sullo sfruttamento dei precari. Su questo si può costruire la bibliodiversità?
Non è così. Non si può tagliare con l’accetta. Essendo migliaia i soggetti, ci sono quelli che sfruttano e quelli che non sfruttano.
Il discorso sulla bibliodiversità non mi convince anche perché viene da chiedersi se non siano molto più efficaci, oggi, progetti come le riviste o i blog o le autoproduzioni, che nascono e sono diffuse tra un gruppo di persone preciso, piuttosto che una casa editrice che nasce dal nulla e si rivolge a un pubblico indefinito che spesso non esiste affatto.
Sulle riviste sono d’accordo. C’è un paragrafo nel libro che si chiama Editori, riviste? che dice più o meno la stessa cosa. Penso che le riviste autoprodotte tipo «inutile», tipo Colla, raggiungano più persone di una casa editrice minuscola. Soggetti di questo tipo poi finiscono per diventare più simili di quanto non sembri a quelle a pagamento, perché raggiungono tanto poco pubblico da essere solo un’operazione di vanità frutto di un semplice spostamento: vanità dell’editore invece che dell’autore. Gli editori piccoli o imparano a muoversi e quindi a distribuire meglio i loro libri, a farsi vedere meglio, oppure sarebbe meglio che non esistessero. Ma non è che esistano solo grandi gruppi editoriali da una parte e editori cialtronissimi dall’altra: in mezzo ce ne stanno tanti. I cialtronissimi per me la danneggiano la bibliodiversità, perché producono un’alluvione di libri che è solo dannosa.
Nel libro dici che a New York ci sono, mi pare, solo una trentina di librerie. Ho potuto constatare che è vero. Questo perché credo che negli Stati Uniti nessuno compri più i libri in libreria: o li ordina da Amazon o si scarica l’e-book. E su Amazon, come su ibs.it, non hai i problemi di spazio, di visibilità sugli scaffali ecc. della libreria, perché lì ogni titolo è presente sempre. È ovvio che poi ci sono i banner, e certi titoli sono disponibili subito mentre altri te li mandano dopo un mese, però ti chiedo: tutto sommato questo sistema non garantisce la bibliodiversità meglio del sistema libreria di catena vs. libreria indipendente, casa editrice grande vs. editore piccolo?
Credo di no, perché in America le case editrici indipendenti e le librerie indipendenti hanno chiuso. Penso che quando si è arrivati ad Amazon quelle erano già state stritolate.
Sì, ma non è che i libri non escono più. Si trovano in altri modi.
Se si riuscisse ad arrivare a quel sistema con la quota di biliodiversità che c’è adesso in Europa e in Italia penso che si concorrerebbe più ad armi pari, questo sì. Però negli Stati Uniti si è arrivati a quel punto quanto ormai il danno era stato fatto. Senza contare che andare in libreria è anche un momento della vita sociale di una persona, e comporta cose come il cosiddetto “acquisto di impulso”, che secondo alcuni riguarda addirittura il 50% dei libri venduti in libreria.
E che esiste pure se trovi un e-book a 50 centesimi.
No, il libro lo devi vedere fisicamente. I banner li mettono solo gli editori enormi che se lo possono permettere. E non è che tu ti vai a sfogliare il catalogo di Amazon.
No, però potresti sentir parlare su un podcast, per dire, di un libro sconosciuto e trovarlo, magari anche gratis, su Amazon come sul sito di qualche progetto autoprodotto.
Le due realtà possono convivere, non si escludono necessariamente a vicenda. E sono convinto che su Amazon e su Internet in generale, se è garantito l’accesso e la visibilità a tutti i soggetti che la richiedono, è vero, la concorrenza è più aperta. Non per questo prima devono chiudere le librerie indipendenti e le case editrici indipendenti — che è quello che è successo in America. Se si riuscisse ad evitare sarebbe meglio. Se no, non muore nessuno.
In Pazzi scatenati non ti lanci in profezie per il futuro, o meglio, non ti metti a spiegare come si dovrebbe fare per. È perché pensi che ormai ci sia poco più da fare o perché non hai tu una proposta?
Io penso che si vada verso il collasso di tanta parte di questo sistema. Quando tanti di questi editori falliranno, forse ci si potrà riorganizzare. Alcuni degli intervistati per esempio hanno detto che bisognerebbe rifondare il sistema di distribuzione dei libri, il diritto di resa ecc. Si potrebbe cambiare già molto modificando il sistema del diritto di resa.
Quindi l’editoria indipendente non è spacciata.
No, io penso che sia abbastanza spacciata, non del tutto spacciata. Io mi auguro che ci siano dei controlli fiscali veri, e le aziende che non sono in grado di essere tali siano costrette a chiudere — lo stesso succederebbe ai librai incapaci di fare i librai —, mentre sopravvivano quelle che hanno la capacità di proporre qualcosa di significativo e quindi vendere libri e pagare gli stipendi — e poi in un panorama più tutelato potrebbero anche esserci dei sostegni statali. Sì, sarei per uno schiacciamento del mercato, che comunque sta subendo una torsione di questo tipo, per cui se quelli che sono veramente dei cialtroni falliscono se lo meritano pure.
Allora la tua proposta per il futuro è la palingenesi della piccola editoria indipendente? Che muoiano tutti gli editori e rinascano migliori?
No, che muoiano quasi tutti e ne rinascano pochi, a norma di legge, e che appunto si facciano leggi che tutelino anche questo settore che attualmente invece non è considerato. Io mi auguro che il legislatore cominci a pensare all’organizzazione di questo mercato del lavoro che adesso mi sembra parecchio disorganizzato.
Facciamo finta che tutto quello che hai detto si realizzi. Facciamo che è il 2012 e tutti gli editori cialtroni hanno chiuso e sono rimaste dieci o cento case editrici che funzionano. Secondo te a quel punto per un autore, o per un laureato in lettere, avrebbe ancora senso entrare in quell’ambiente?
Ci sarebbero poche posizioni aperte, pochi posti di lavoro. Però sarebbero garantiti, e quindi avrebbe più senso di quanto ce l’abbia adesso, perché ora si vive su un’illusione collettiva: chi ti propone il lavoro si illude di poterti un giorno pagare, e chi lavora si illude un giorno di poter essere pagato. Adesso succede così. C’è una generazione di gente che perde anni, anni decisivi, facendo cose inutili. Per gli autori invece è diverso, perché sta esplodendo il fenomeno di quella roba tipo ilmiolibro.it, lulu.com… Il self-publishing, il print on demand. Lo fa già Feltrinelli, lo farà Mondadori. Organizzeranno delle piattaforme per cui questi autori mitomani si potranno parlare tra di loro convincendosi l’un l’altro che sono bravi, magari vendendosi pure mille copie. Tutta roba inutile e senza senso. Addirittura il capo di lulu.com, il servizio di self-publishing più grande del mondo, ha detto che non può essere un caso se pur pubblicando una mole mostruosa di libri tra questi non c’era nemmeno un best-seller. Il ruolo degli editori ovviamente ha ancora senso. La funzione dell’editoria dovrebbe essere quella di filtro: viene pubblicato solo chi è giudicato degno di esserlo. Quando ci stanno degli editori che non sono degli editori ma degli incapaci… Insomma, ho definito tanta parte della piccola e media editoria come l’X-Factor dei sinistroidi, gestita spessissimo da persone che non sanno quello che stanno facendo e che fanno un danno a tutto il sistema, un danno culturale, perché essendo così tanti e così poco capaci fanno venire meno proprio quella funzione di filtro di cui parlavamo. Viene pubblicato chi non dovrebbe esserlo, e in qualche modo va a finire che alcuni editori piccoli sottraggono degli autori al print on demand, facendo anche perdere tempo e soldi a chi lavora per loro. A quel punto il print on demand è un filtro migliore dell’editore piccolo: uno non è in grado di fare da filtro, mentre quell’altro, proponendo una richiesta economica, perlomeno un qualche tipo di sgrossatura ce l’ha.
Dunque, l’editoria indipendente è al collasso, e i grandi gruppi editoriali campano su Fabio Volo, Benedetta Parodi e forse uno o due libri belli. Non pensi che sia ora di pensare sul serio ad altri canali di diffusione della cultura?
Guarda, per me molta di quella che tu chiami cultura è ego. La gente non è che scrive per cultura, scrive perché è vanitosa, è egomane; scrive perché siamo un paese di grafomani, non perché propone cultura… Io penso che sopravviveranno abbastanza case editrici da garantire quella bibliodiversità. E spero che non succeda quello che è successo in America, in Inghilterra, perché lì il rischio diventa reale; poi gli editori diventano tre o quattro, e è come avere cinque reti televisive.
Ma chi è che guarda la televisione?
Tutti guardano la televisione.
Sì, ma ci stanno pure i video dei gattini su YouTube, al posto della televisione. Te lo dico perché coniugare quello che può essere il primo istinto del lettore di Pazzi scatenati, quello che gli fa dire «Spargiamo il sale sulle rovine dell’editoria indipendente», alla considerazione che tutto sommato in quel mondo lì c’è del buono, non mi sembra così facile. Questa parte di buono sopperisce a tutto il resto? È abbastanza per dire che c’è ancora speranza?
Allora, dobbiamo intenderci su cosa significa speranza, perché, come abbiamo detto, c’è speranza che tanta parte di questo muoia. C’è ancora speranza per la cultura e per la trasmissione della cultura attraverso i libri. C’è anche speranza in una migliore regolamentazione di questo segmento di mercato.
Ma non è tardi per pensare a questa palingenesi del sistema?
Guarda, questo libro ha il pregio — e questo te lo posso dire pure io — di parlare di una cosa di cui non si era parlato, non su altri libri. Se tu parli con gli addetti ai lavori, tutti sanno come funziona questo mondo. Magari ognuno conosce il suo settore — il libraio sa come funziona in libreria, il tipografo in tipografia ecc. —, ma se tu vai in libreria e cerchi libri sull’argomento non ci stanno. Il fatto che non ne avesse mai parlato nessuno, da un punto di vista anche di informazione, mi sembra interessante.
Non dico che è tardi se tu consideri Pazzi scatenati come un manifesto delle cose come stanno adesso, dico che potrebbe esserlo se lo consideri come il primo passo di un processo di rinnovamento…
Io lo vedo come un manifesto di com’è la situazione adesso. Poi sono convinto che la cultura trovi sempre un modo per circolare. Magari di libri si faranno versioni e-book che costeranno quasi zero, per dire. Ho molta fiducia nel destino della cultura e della letteratura, non nel destino dell’editoria. Anzi, ne auspico il collasso, perché gran parte di essa ha generato dolore e frustrazione e ha fatto perdere tempo alla gente, e c’è una generazione di persone che o trova lavoro tardi o non lo trova, e si è creato anche un problema grave, socialmente.
Tu sostieni che tutto questo mondo della piccola editoria esiste perché esiste una forma, in sostanza, di schiavitù legalizzata, che è in generale il lavoro precario. Pensi che questo aspetto potrebbe essere importante nella discussione più ampia sui diritti del lavoro?
Persone che lavorano in altri ambiti mi hanno detto che queste cose succedono anche nei loro settori. Bene, io parlo del mio, conosco il mio e parlo di quello che succede nel mio. E credo che possa essere rappresentativo.
Credi sia un discorso anche culturalmente più interessante di una roba come Generazione TQ?
Io parlo di cose concrete.
Saprai che la Rete dei Redattori Precari di recente ha mandato sette domande all’AIE, chiedendo di aprire un dialogo, che in sostanza si riconosca almeno che esistono.
Non conosco le domande, però ti posso dire che è ovvio che chi lavora deve essere pagato. In generale penso che spesso sarebbe bene non accettare questi lavori, non a queste condizioni. In questo momento c’è troppa offerta in questo settore e oltretutto in Italia de facto non esiste il concetto di meritocrazia. Le generazioni precedenti godevamo di un mercato migliore e da posizioni consolidate in molti casi hanno in buona sostanza fottuto quelli dopo. A loro volta complici? In qualche misura sì. Certe condizioni non andrebbero accettate, per dignità personale e per non svalutare il lavoro stesso che si vorrebbe fare: se qualcuno è disposto a farlo a zero difficilmente poi qualcun altro verrà pagato per lo stesso posto. Ma le regole e il campo da gioco non l’hanno disegnato loro, cioè noi. C’è anche da dire che l’idea di fare il redattore o, per esempio, il giornalista, in molti casi può diventare un’ossessione che sta scritta nelle teste dei singoli. Ci sono altri mille lavori ugualmente o più appaganti. Detto questo, per me, ancora adesso, resta un mistero la totale mancanza di organizzazione come classe sociale — o comunque la si voglia definire — di tutta questa gente, che poi in gran parte siamo noi. È una cosa che doveva essere fatta almeno quindici anni fa.
Pazzi scatenati su MilanoRomaTrani.wordpress.com
Pazzi scatenati recensito su MilanoRomaTrani.wordpress.com:
http://milanoromatrani.wordpress.com/2011/12/23/lettera-a-un-giovane-stagista-delleditoria/
lettera a un giovane stagista [dell'editoria]
23 dicembre 2011 di enpi
non molto tempo fa, ho scritto questa cosa qui, con l’intenzione di mettere in guardia chi vive nella speranza di fare lo “scrittore” – soprattutto per quanti vorrebbero camparci, con la scrittura.
ecco, oggi vorrei dare un consiglio ad altri che vorrebbero campare coi libri: agli aspiranti redattori, illustratori, editor, correttori ecc., e perché no? agli aspiranti librai, promotori editoriali, editori. il consiglio è: leggete Pazzi scatenati, Usi e abusi dell’editoria italiana, scritto da Federico di Vita. la morale di questo libro è: spendendo oggi 14 euro, puoi evitarti anni e anni di “lavoro” non pagato, di debiti (i debiti riguardano i librai e gli editori, ma, a volta, anche i lavoratori dell’editoria, che, letteralmente, pagano per lavorare, pagandosi le trasferte alla fiere, o alle presentazioni, per esempio), di smarrimento emotivo, di occasioni perse. Federico si è documentato a fondo, e in più ha un’esperienza diretta di occasioni perse, smarrimento emotivo, “lavoro” non pagato ecc. – come quasi tutti quelli che stanno nel mondo editoriale. io posso aggiungere che qualcuno che ci campa con queste cose lo conosco, ma sono pochi, davvero pochi e i debiti, a volte, li han fatti sul serio, con master costosissimi, da 6.000 euro all’anno (più affitto, cibo, tessera della metro), oppure hanno combattuto per quindici, vent’anni, e solo da poco tempo hanno uno stipendio, un fisso garantito.
in Pazzi scatenati, Federico raccoglie anche alcune voci – anonime: un’altro effetto di essere un lavoratore iperprecario dell’editoria è la paura – di redattori, editor e altra gente senza contratto. per esempio: “Secondo me i piccoli editori sono spesso degli sprovveduti. Per la maggior parte figli di papà che si buttano sul mercato senza alcuna esperienza e senza avere la minima idea di come si facciano e si vendano i libri. I rimanenti sono degli squali, pronti a tutto: dal plagio alla pubblicazione a pagamento. Oppure la terza categoria: gli idealisti. Ma gli idealisti non hanno scelta: o diventano squali, o chiudono baracca in un paio di anni”. Ma anche: “Il fatto è che per queste case editrici, le giovani e coraggiose piccole case editrici indipendenti, è davvero troppo facile. Da una parte hanno il Moloch dei grandi gruppi, dall’altra lo spauracchio dell’editoria a pagamento: è quasi impossibile fare brutta figura tra questi due”.
Federico di Vita ha raccolto molte voci: librai, stampatori, editori, promotori, distributori.
Molto interessante anche l’intervista a Pasquale Colaps, ex direttore di Pde, uno dei principali distributori italiani – oggi Pde appartiene a Feltrinelli. Colaps è molto franco, e a pag. 96 di Pazzi scatenati dice: “La piccola editoria è destinata al collasso, i piccoli editori sono montati, la piccola editoria vive di marchette e illusioni. Magari per stampare quei quattro libri l’editore ha venduto il mobile antico che aveva in soggiorno”.
Questo è. Nessuno può negarlo. Le librerie indipendenti chiudono, quelle di catena aumentano di numero. La piccola editoria non ha nessun senso, e la media soffre assai, e punta dichiaratamente sulla mancanza di qualità. Il mercato è sempre più concentrato, e i tre grandi gruppi editoriali posseggono tutto. Vedi, per esempio, lo strano sodalizio/holding fra i gruppi Giunti e Gems, che mischia Messaggerie (distributore), librerie (Ubik e Giunti), case editrici (decine: ci trovi i Garzanti e le Giuntine), grossisti (Fastbook), magazzini.
Questo è quanto. Questa è la situazione. C’è speranza? Certo. C’è, sempre. Ma ne riparleremo.
