Leggiamo e ci permettiamo di rilanciare la bellissima recensione che Stefania Di Vittorio ha pubblicato in una nota su facebook
La calata del santo a tre gambe, di Andrea Buoninfante, è un thriller marsicano. Non si affanni chi non conosce il genere: non esisteva prima della pubblicazione di questa storia, dove la Marsica è sottofondo e, insieme, protagonista di una storia di uccisioni, furti, attentati, faide politiche, insabbiamenti giudiziari e processioni violente. La scelta dell’autore è presentare la vicenda attraverso i diversi punti di vista dello sguardo provinciale: il carabiniere ottuso e quello sveglio, un gruppetto di giovani curiosi e inquieti, gli ziótti (= signori anziani) che si fanno la partita a carte, i politicastri locali, le donne che nel tradizionale silenzio casalingo fanno e disfanno dispiegando il potere del loro ventre.
La calata del titolo è un rituale che coinvolge tutta la popolazione del paese protagonista (Castromarso, nella realtà: Tagliacozzo), un annuale sovvertimento dell’ordine sociale, qui legato alla rievocazione della forzata discesa (la calata, appunto) a Castromarso, da un paese vicino, delle spoglie di uno strano santo .
La coralità dell’evento rituale diventa la coralità del romanzo, dove nessun protagonista agisce mai solo, senza essere visto ascoltato controllato o, in qualche modo, percepito, finanche nei momenti più intimi. Perché così accade in un paese come quello, così accade in un contesto tradizionale ancora vivo a Castromarso-Tagliacozzo: non si è mai soli, non si è mai solo Viola, Giuseppe, Elisa, si è figli di, mariti di, genitori di. Si fa parte di una razza, il cognome dice poco, o nulla. Si è della razza di. Il che dice in partenza quanto si sia intelligenti (o stupidi); belli (o brutti); così (o colì). Un sistema arcaico che crea una rete intricati nella quale si nasce, cresce e muore. Una rete più completa e dettagliata dell’anagrafe, perché qui si è anche amanti di, traditori di, si è cioè quello che nei registri ufficiali non è scritto e lo si è con la stessa chiarezza e contezza universale.
Risalire con pazienza i fili, a volte vecchi e sottili, intrecciati e apparentemente indistricabili, di questa rete è l’unico modo possibile di chi indaghi su qualsiasi cosa a Castromarso. Chiedere in giro, sì: ma bisogna sapere a chi si chiede, di che razza è chi risponde, altrimenti la risposta non sarà mai comprensibile. Guardare in giro, certo: ma bisogna inserire la lente giusta e il filtro adatto, altrimenti l’immagine risulterà illeggibile.
In questo senso il libro è un thriller marsicano, perché solo muovendosi in quel tessuto socioculturale, con quelle stesse modalità, sapendo leggere i segni che arrivano da cose e persone si arriverà fino in fondo.
Io sono marsicana come l’autore, ho quindi forse colto qualche sfumatura in più di chi legge il libro a Cosenza o a Trieste. Ma la forza di questo romanzo sta nel dipingere un affresco che tutti possono ammirare e godere, e i cui dettagli possono scoprire. È d’altra parte anche attraverso i grandi romanzi che abbiamo imparato a conoscere contesti storici e culturali specifici.
Qui, come nei grandi romanzi, la scenografia conta quanto la sceneggiatura, i dettagli quanto l’insieme, i personaggi minori quanto i principali.
E se dopo qualche tempo che si è letto il libro si sarà dimenticato qualche dettaglio dell’intreccio, come è naturale, non si saranno dimenticati il gruppo di uomini a giocare a carte, le facce meschine e arroganti dei potentucoli, le storie di silenzio e ingiustizie ingoiate dai chi non è nato dalla razza giusta.
Questa è anche la forza del romanzo: arrivare con discrezione ed eleganza, senza retorica, a dire un paio di cose, proprio alla fine, proprio le ultime due parole, che riguardano tutti gli uomini, alla fine di una storia che ci aveva, fin dall’epigrafe stendhaliana, fatto concentrare sulle piccole storie di un piccolo paese di una piccola grande regione.