Tentando l’originale via del romanzo, Simone Sarasso confeziona una narrazione in cui si analizza il mondo della comunicazione, della televisione e – nello specifico – quello della RAI, la TV di Stato Italiana.
Con Slittamenti progressivi della RAI, l’autore intende infatti dare uno sguardo diacronico allo sviluppo del medium ormai assunto a “imperatore” della comunicazione italiana. Nel mondo di finzione ideato, troviamo quattro protagonisti scaraventati, senza spiegazione alcuna, in una stanza: qui, nel giro di poche ore, sarà chiarito il mistero del loro apparente sequestro, ma non prima che – ognuna nel suo ruolo – la voce dei presenti si sia espressa a dovere sulla televisione.
Ed è questo, sicuramente, l’aspetto più interessante del libro. Tra giochi di parole, strizzate d’occhio e lampanti rimandi a realtà, canali televisivi e format esistenti, senza tralasciare ovviamente personaggi di spicco, Sarasso porta una sensata critica a quel che era una volta la televisione di Stato, e quel che invece si è ridotta ad essere oggi.
Tempi in cui la televisione fungeva da medium in grado di diffondere cultura, in cui la lingua italiana era trasmessa nell’etere e resa finalmente accessibile a tutti. E tempi in cui, di conseguenza, la RAI era in grado di produrre format innovativi, di apprezzabile valore culturale, esportandoli addirittura all’estero.
Quando poi lo sguardo si sposta al giorno d’oggi, si scopre una situazione decisamente meno felice: una corsa alla commercializzazione senza precedenti, con l’idea di “resistere” all’assalto delle TV private e nello specifico di Mediaset. Senza capire quale sia l’obiettivo di fondo di una televisione pubblica, ovvero servire al cittadino prodotti di alta qualità, senza puntare al profitto sfrenato. E ancora: la ricerca di società esterne cui appaltare progetti e lavori, l’acquisto di format stranieri e la conseguente perdita di ogni inventiva e creatività nel processo produttivo televisivo.
Nel complesso, una critica televisiva ragionata, che denota particolare sapienza dietro gli argomenti trattati. Un libro dunque di grande interesse per chi segue l’argomento, che va tuttavia a peccare sotto il profilo della confezione: uno scritto-parlato eccessivo e continuamente sforzato, così come lo sforzo di un turpiloquio poco produttivo ai fini comunicativi, e ridondante più che fastidioso. Così come, nel complesso, alcune immagini fin troppo forti che, nel fungere da metafora dello “stupro” che la cultura e la TV italiana stanno subendo, rischiano di risultare disturbanti e fuori luogo.
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