Alice nel Paese delle Meraviglie vista dall’iPad

Rilanciamo dal mela | blog questo post che illustra le possibilità di fruizione grafica di un testo sull'iPad, il nuovo tablet appena lanciato sul mercato americano da Apple. Come si vede pur essendo dotato di uno schermo non retro-illuminato (come sono gli e-reader come il Kindle, per intenderci), sfruttando a pieno la concezione innovativa dell'iPad è possibile ridisegnare a livello grafico-illustrativo un testo come di certo sugli altri dispositivi non è sinora possibile, e lo si può proporre in vesti sinora impensabili.

La sfida fra iPad e i suoi concorrenti si svolge certamente a più livelli, e pochi concorrenti lo sono su tutta la linea. Il più agguerrito è senza dubbio il leader attuale del mercato dei lettori di ebook: il Kindle di Amazon. Anche se sa fare solo una cosa - e dunque concorre con iPad solo su un mercato - la sa fare benissimo. Sfido chiunque a dire che un ebook di solo testo sia leggibile meglio su un iPad piuttosto che un Kindle.

Eppure, appena si svolta l’angolo del solo testo, e si aggiunge un po’ di colore all’esperienza della lettura (una caratteristica certo non vietata dall’editoria cartacea tradizionale, cui entrambi i dispositivi vogliono rassomigliare il più possibile), le cose cambiano eccome. Basterebbe ricorrere al solo “Le avventure di Winnie The Pooh” incluso come demo in ogni copia di iBooks. Ma, quando ci si rivolge a un titolo come “Alice nel Paese delle Meraviglie“, il confronto diventa improponibile.

Nel video demo dopo il continua, potete vedere le illustrazioni (quelle originali) prendere vita non attraverso l’immaginazione dei (supposti) giovani lettori, ma attraverso il movimento imposto al “libro” dalle loro mani. Gli oggetti cadono, i soffitti ruotano, Alice cresce e si rimpicciolisce come in un film animato, ma di cui la parte più importante resta comunque il testo. La sensazione è quella di avere fra le mani un libro “pop up” all’ennesima potenza.

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Il valore degli e-reader

Salutiamo la nascita di Goodthing.it, rilanciando integralmente un loro articolo su un tema a noi caro: la nascita, la diffusione e le possibilità della lettura digitale.

Un interrogativo tenta di perseguitarmi da mesi durante le mie placide notti di sonno: cosa cambia davvero se un libro me lo leggo su carta o su uno strumento elettronico? Invano. Perché sono convinto che sia proprio la stessa esperienza.

L’argomento e-book mi sta molto appassionando (e a quanto pare non sono solo) da un po’ e dunque quasi quotidianamente vado a spulciare siti, blog e giornali alla ricerca di notizie, novità, punti di vista e commenti.

Con una certa ricorrenza capita di imbattermi in prese di posizione del tipo: «… ma il libro di carta è insostituibile, non morirà mai, fa tristezza solo l’idea di doverlo abbandonare! Vuoi mettere il piacere di avere in salotto una libreria ben fornita, il piacere di toccare la carta, l’odore della colla, il rumore che fa una pagina sfogliata, la bellezza di un carattere stampato, l’emozione di togliere il cellophane etc etc …»

Ma partiamo dal principio. Un e-book alla fine non è altro che un libro. Meglio, è la versione elettronica di un libro che, con opportuni marchingegni, può essere fruita essenzialmente alla stessa maniera di un libro di carta. Si tratta di lettere che formano parole che formano frasi che disegnano immagini e concetti nella nostra mente. La differenza è che un libro cartaceo è scritto con l’inchiostro, un libro elettronico è scritto con inchiostro elettronico (e-ink). Tutto qui.Una parola qualsiasi, quando letta, perde la sua efficacia, il suo significato o la sua essenza se è scritta con una penna o con il marzapane, sulla carta o su una pietra? Si potrebbero fare esempi addirittura biblici (non so se…).

Una parola è semplicemente un segno. E un libro non è la carta su cui è scritto. Dunque la novità è che si sta incrementando il numero dei supporti sui quali è possibile leggere. E, soprattutto, dove è possibile leggere confortevolmente. Ciò che differenzia un e-book reader da un normale pc portatile o meno (o dal famigerato iPad) è proprio lo schermo che non è retroilluminato. Il che permette di poter leggere per ore senza stancarsi la vista e senza che gli occhi inizino ad arrossarsi e a far male. Un e-book reader facilita la lettura persistente, quella che serve per poter studiare e apprezzare un saggio o un romanzo, non un sms o un e-mail. O meglio, non solo.

Del che dovremmo essere grati alla scienza e alla tecnologia: ci sarà bisogno di molta meno carta per poter accedere alla conoscenza o all’informazione o anche semplicemente all’intrattenimento veicolati dalla parola. E questo è un bene perché la carta costa cara. E costa caro produrla, lavorarla e perfino farla giacere inutilizzata nei magazzini. Ma anche riciclarla.

Così, già da qualche anno, sarebbe possibile veicolare conoscenza, informazione o intrattenimento in forma scritta con costi che sono prossimi allo zero, in maniera istantanea. E beneficiarne comodamente, senza devastarsi gli occhi. Auspicabilmente anche senza devastarsi il portafoglio.

In più una cosa non esclude l’altra: non c’è alcun motivo di ritenere che la produzione elettronica possa in qualche maniera soppiantare totalmente quella cartacea. Semplicemente il tutto potrà andare nella direzione di una razionalizzazione della produzione che eviti il costo dello spreco, del non utilizzo. Il libro elettronico affiancherà il libro cartaceo senza sostituirlo.

Potrebbe, ad esempio, non esserci più il costo dei resi: un libro che ho letto nel suo formato elettronico può piacermi o interessarmi a tal punto da desiderarne una edizione in copertina rigida con tutti i crismi. Non farò altro che contattare l’editore o l’autore i quali dopo aver accumulato un certo numero di richieste mandaranno in stampa un tot numero di libri già venduti, il cui prezzo sarà evidentemente inferiore rispetto a quello al quale siamo abituati adesso. Perché i costi sono inferiori. In più niente mi vieta di stamparmi il testo autonomamente.

Poi, che la carta sia la messa cantata della parola scritta è tutto da dimostrare, imho.

Questo per chi ama il libro come oggetto. Per chi utilizza un libro o un opera dell’ingegno qualsiasi come strumento per progredire negli studi o nella professione o solo in quanto persona per suoi interessi o per sua informazione si tratta letteralmente di manna dal cielo.

Non esisteranno più libri fuori catalogo: tutto il catalogo dell’altro ieri di ieri e di oggi sarà raggiungibile allo stesso modo perché non ci sarà più alcun bisogno di ristampare un libro per poterlo leggere o far leggere. Chi si prende la briga (e il rischio) di rimettere in produzione un libro di dieci anni fa ? Magari perfino dieci anni fa questo libro è andato così e così.  Eppure è un ottimo libro che potrebbe nel tempo generare guadagni (senza costi).  Soldi persi. E, per me, occasione persa di conoscere, informarmi, divertirmi.

I libretti di fantascienza di trent’anni fa sono introvabili se non nelle bancarelle dell’usato: chi ha fortuna incrocia per caso lo sguardo su un titolo e se lo porta  a casa. Per gli altri nisba. Peccato.

Stesso discorso per i gionali di qualsiasi settore o cadenza: bimestrali di musica, quindicinali di cinema, semestrali di bioingegneria molecolare, quotidiani di informazione nazionale o locale. Ricordiamoci sempre che una cosa non esclude l’altra ma semplicemente è un’opportunità ulteriore.

A tutto ciò si potrebbe aggiungere il crescente senso di colpa che si avverte quando ci si ferma a considerare che per produrre e distribuire quelle xx pagine di carta si è avallato un processo produttivo che ha consumato energia, inquinato, prodotto rifiuti e contribuito all’abbattimento di alberi. Pur avendo dato lavoro a centinaia di persone. Il PIL.

Il mercato sta dando segni di moderata effervescenza nel settore. Probabilmente siamo ancora, almeno in Italia, in una fase di monitoraggio. Però si avvicendano di mese in mese le novità: scopro che di ebook reader ne esistono ormai sul mercato svariati tipi (qui), modelli e formati anche appena sotto i 200 euro. E una sana concorrenza non potrà fare altro che differenziare l’offerta e far abbassare i prezzi a parità di prestazioni.

Poi scopro che pare che Telecom Italia stia prendendo in serissima considerazione l’opportunità di entrare da protagonista in questo promettente comparto di mercato entro la fine del 2010 per offrire agli editori una piattaforma di distribuzione di contenuti digitali.

Nello stesso articolo si dice che, per esempio, il gruppo “Il sole 24 ore” ha allestito una sezione del suo sito internet con pubblicazioni digitali (in formato PDF), questa. Pubblicazioni che possono essere acquistate e fruite, in mancanza di meglio, sul proprio pc. In barba alla schiera di pessimisti che sentenzia che non appena un contenuto digitale è a disposizione della rete non ha futuro commerciale a causa delle orde fameliche degli scaricatori a sbafo di professione.

E poi che ci sono ottime possibilità di ebook reader a colori (tecnologia epaper) già dalla fine di quest’anno. Qui la notizia. Al momento infatti i reader a disposizione del mercato credo arrivino fino ad un massimo di 16 tonalità di grigio. Con il colore si apre un mondo anche per il settore fumettistico, ad esempio. Probabilmente per il fumetto potrebbe essere oltre che un ottima occasione di ulteriore distribuzione anche una opportunità creativa in più grazie alle funzionalità implementate in questi strumenti. Per dire, basterebbe citare il semplicissimo zoom.

Ma il lettore senza dubbio più importante sarà quello in carne e ossa. Può l’invenzione di una nuova tecnologia aumentare il numero di fruitori di contenuti in forma scritta ? Sì. Il personal computer lo ha fatto.

In proposito la mia posizione è improntata al forte ottimismo, ma molto dipenderà dalle politiche del prezzo che le varie case editrici e piattaforme distributive più importanti decideranno di adottare. E qui le opinioni, le congetture e le parole profetiche si articolano in un groviglio fatto di interessi, posizioni dominanti, titubanze, strategie di marketing e compagnia cantante. Spesso stonata.

Intanto in America cominciano a fioccare i nomi di pezzi da novanta del best selling che pongono fine alle esitazioni e si lanciano sul mercato elettronico. Anche qui in barba etc etc … L’ultimo in ordine di tempo è John Grisham, forte della sua produzione di 23 pubblicazioni. Al prezzo di $9.99 per i libri più nuovi e $7.99 per quelli più vecchi. E non mancano gli autori che vendono direttamente i loro libri senza passare da una casa editrice. Ma in quelle terre si è già in una stagione avanzata.

I numeri sono importanti: finché in Italia non si potrà contare su un sufficiente numero di e-reader venduti non avrà senso per le case editrici convertire il loro catalogo in formato elettronico. D’altra parte, mettiamola sul personale:  vuol dire che se mi comprassi un e-reader adesso non potrei contare su alcun catalogo elettronico. Perchè me lo dovrei comprare? Però…

Forse il momento potrebbe essere quello magico per le piccole case editrici specie se di giovane età: mettersi sul mercato e approfittare di questa fase di incertezza tentennante dei grossi gruppi vendendo a basso prezzo le proprie pubblicazioni. Ne gioverebbero enormemente quantomeno in termini di comunicazione, il nome circola e quando un marchio è comunicato ha fatto il suo mestiere egregiamente. Magari stringendo accordi commerciali con i maggiori distributori e produttori di e-reader. Ma, certo, i contenuti devono essere all’altezza altrimenti il gioco diventa controproducente.

Per gli autori, poi,  potrebbero profilarsi prospettive molto incoraggianti: i manoscritti in giro per l’Italia potrebbero diventare un ricordo. Ma qui si apre un orizzonte sconfinato che sarà il caso di approfondire con i prossimi post.

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Beni Culturali: accordo con Google – parte la digitalizzazione globale

Rilanciamo dalla Compagia del libro la notizia di questo rivoluzionario accordo, in qualche tempo una mole immensa di testi letterari itliani - tutti quelli per cui è già scaduto il diritto d'autore - sarà disponibile gratuitamente on-line grazie a Google, ma non mancheranno le polemiche...

 

Un milione di volumi storici delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze, pubblicati fino al XIX secolo (e quindi non protetti dal diritto d’autore), saranno digitalizzati da Google. È solo l’inizio della partnership siglata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali col colosso informatico. Una scelta che vuole essere un’occasione per promuovere l’immagine stessa del nostro Paese, ma soprattutto per preservare e promuovere nel mondo il ricco patrimonio culturale italiano. Stiamo parlando del tesoro custodito dalle 45 biblioteche della Penisola gestite direttamente dal Mibac: in totale circa 6-7 milioni di libri ai quali vanno aggiunti circa 30 mila tra manoscritti, incunaboli e carte sciolte; oltre ovviamente ai circa 9 milioni di volumi conservati nelle due biblioteche nazionali. Quelle di Roma e Firenze, sono poi in buona compagnia, visto che nel mondo già una trentina di biblioteche nazionali e universitarie hanno raggiunto un accordo con Google Books per la digitalizzazione dei propri testi. All’inizio sono state le biblioteche universitarie di Oxford e Harvard, cui si sono unite quelle di Stanford e dell’università del Michigan. E poi quelle istituzionali, come la Biblioteca Nazionale Catalana, la Biblioteca pubblica bavarese, la Biblioteca Nazionale Francese. Ma la concorrenza non sta a guardare: contro Google Books, infatti, sono scesi in campo Microsoft, Yahoo! e Amazon dando vita ad una coalizione insieme all’Internet Archive, associazione no profit di San Francisco che lavora alla realizzazione di una libreria libera di contenuti internet chiamata Open Book Alliance. Insomma il passaggio dalle pagine fatte di carta a quelle fatte di bit sta mettendo in subbuglio gli operatori del Web e non solo… C’è infatti un fronte che si oppone all’opera della casa di Mountain View. Tra i contrari all’esportazione in Europa del modello Usa, anche la Federazione degli editori europei, tanto che la Commissione Ue ha dato vita nei mesi scorsi ad una serie di audizioni per valutare la possibilità di interventi normativi per adattare le norme del copyright alle esigenze dell’era digitale. Un problema che l’accordo italiano di fatto supera, mettendo in gioco solo le opere più antiche non tutelate da diritto d’autore.

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I-Pad, pubblicità onirica, editoria digitale e molto altro in un’intervista a Enrico Piscitelli

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Vi segnaliamo l'intervista di GB a Enrico Piscitelli apparsa ieri su La Collana della Regina, si parla di e-book e di un sacco di altre cose.

GB: L'altra notte ho sognato l'iPad [era sulla mia libreria, sembrava una di quelle cornici per vedere le foto digitali e poi lo prendevo e dicevo "Ma aspetta, questo è un iPad!" e pensavo "Possibile? Pubblicità nei sogni?"]. Secondo te è normale?

EP: Pensa che il mio sogno ricorrente è che mi manca un esame per laurearmi. E ho la sensazione certa che non riuscirò mai a farlo. E sento la pressione, addosso. Immagino sia perché non ho usato la mia laurea, ma l’ho buttata nel cesso per fare altro. L’iPad è un oggetto inutile, dal design vecchio. Non è un e-reader, perché, come dice Ernesto Baj su «MilanoRomaTrani», ha un desplay lcd retroilluminato, mentre i veri e-reader simulano la carta inchiostrata, e non affaticano la lettura. L’iPad è un grosso iPhone che non telefona, e costa un sacco di soldi: l’unico modo per venderlo è comprare spazi pubblicitari nei sogni dei consumatori. Un normale netbook fa le stesse cose di un iPad, le fa meglio, ha una tastiera, ha un sacco di porte usb (l’iPad nemmeno una), è più pratico, e costa meno della metà. Apple ha semplicemente comperato uno spazio, dalla concessionaria di pubblicità che gestisce i tuoi sogni. Debord l’ha detto nel 1967: “L’appagamento che la merce abbondante non può più dare nell’uso si riduce a essere ricercato nel riconoscimento del suo valore in quanto merce: è l’uso della merce che basta a sé stesso […]. Si propagano così a gran velo¬cità ondate d’entusiasmo per un dato prodotto, sostenuto e rilanciato da tutti i mezzi di informazione” [La società dello spettacolo, #67]. Guy Deobord, poi, s’è sparato in testa, con un fucile, nel 1994. Dieci anni prima Apple aveva lanciato il Mac, con un celebre spot ispirato a 1984 di Orwell: libertà, secondo Steve Jobs, è poter comprare una merce piuttosto che un’altra. Ormai la libertà – lo scriveva anche Terzani – è scegliere quale marca di dentifricio comprare al supermercato. Ma, se leggi la composizone, sul retro, ti accorgi che un dentrificio vale l’altro.

GB: Per quanto mi riguarda, compro sempre il denifricio che costa di meno [basta che non sia alle erbe. E che non abbia i microgranuli]. Dell'iPad, nonostante i difetti, secondo me c'è da tenere in considerazione il potenziale big-brotherly [l'ho appena inventato] del marketing Apple. Ho letto da qualche parte che come con l'iPod son tutti diventati critici musicali, con l'iPad c'è il rischio che diventino tutti critici letterari. Ora, spero rimanga solo una battuta, ma potrebbe essere che un oggetto "magico e rivoluzionario" [Jobs dixit] come l'iPad convinca un sacco di gente che leggere l'ultimo romanzo di Paolo Giordano su uno schermo retro-illuminato in metropolitana sia non solo meglio che farlo su Kindle o su carta, ma che sia meglio che non farlo per niente?

EP: Ok, domanda lunga: risposta breve. Sì, è vero, l’iPad ha già smosso le acque. Le grosse case editrici stanno digitalizzando il catalogo. Molti avranno un supporto con cui leggere (male) gli e-book. Ma è questo che vogliamo? Narrativa su iPad, agli stessi prezzi di un libro di carta? Io sono decisamente a favore del copyleft e delle autoproduzioni. Spero anche in una grossa diffusione del libro digitale. Vorrei che Camilleri vendesse, in proprio, dal suo sito, i libri di Montalbano. Vorrei uno Stato – e un ministro della Cultura – che (anziché dare contributi per l’acquisto dei televisori, dei decoder per il digitale terrestre, o per le automobili) sovvenzionasse l’acquisto di un e-reader, per esempio. Uno vero, a costi contenuti. Ma la Cultura – è evidente – non è una priorità in questo Paese. [...]

Leggi qui il seguito dell'intervista

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Lettura digitale: copyleft, e-book e la politica di effequ

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Il mercato del libro si sta arricchendo di nuove, sino a poco tempo fa inaspettate, possibilità di lettura in forma digitale. Parliamo dei cosiddetti e-book reader (quei dispositivi portatili sui quali è possibile scaricare e leggere migliaia di libri contemporaneamente, dispositivi che riproducono la pagina su uno schermo non retro-illuminato – diverso da quello del computer, per intenderci – pensato per simulare l’effetto carta e per non stancare lo sguardo durante la lettura), e di tutti i formati digitali che questi consentono di immagazzinare e leggere.

Come i nostri lettori sanno, Effequ già da alcuni anni ha scelto la strada della condivisione gratuita e permanente, permettendo di scaricare in copyleft molti dei suoi testi (quelli degli autori che hanno sposato la nostra filosofia di condivisione gratuita sul web), proponendosi, lo diciamo con un po' di imbarazzo, come pioniera nell'avventura della lettura digitale.

Molti dei nostri romanzi infatti sono da tempo scaricabarili gratuitamente sul nostro sito, e per mezzo di un semplicissimo click è possibile impossessarsi di un bel numero di titoli dalle nostre due collane "storiche" di narrativa: librivolanti (Gli strani, La lunga notte dell'iguana, SMS, Turkemar, L'appuntamento, Una vita per aria); e Librivolanti large (Le rose si vendicano due volte, La ballata dello straniero, All'ultimo giro, Fohn).

Giunti a questo punto però, in cui la rivoluzione imposta dall'avvento degli e-book è ormai anche qui da noi alle porte, dal punto di vista di una piccola casa editrice come la nostra è lecito impostare un discorso integrato – organico – sull’eventuale necessità di proporre i nostri testi (anche quelli non disponibili in copyleft) nelle varie ed economiche forme di acquisto e lettura digitale. Si tratta dell'opportunità di consentire cioè ai nostri lettori di poter scaricare i nostri libri direttamente dal sito, pagandoli molto meno che in libreria (i prezzi ragionevolmente oscillerebbero tra i 4 e i 5 €), e di poterli quindi leggere per mezzo degli e-book.

Il fenomeno degli e-book-reader è già molto diffuso negli Stati Uniti, dove anche grandi giornali come il New York Times dispongono e incoraggiano i lettori a servirsi della versione digitale del quotidiano. Al di là degli innegabili vantaggi che la penetrazione degli e-book garantirebbe a livello di eco-sostenibilità (si pensi al risparmio di carta cui si andrebbe incontro anche solo se il fenomeno fosse ‘limitato’ all’ambito giornalistico), quello che mi preme proporre in questo post è un dibattito sull’eventuale offerta completa del nostro catalogo tramite questa forma.

[Più diffusamente l’argomento e-book-reader è trattato in un articolo di Antonio Tombolini recentemente rilanciato da Nazione Indiana].

Dovremmo rendere disponibile il nostro catalogo in forma digitale? Se sì dovremmo proteggere i singoli file tramite dei dispositivi (i DRM) che ne rendano difficoltosa (non certo impossibile) la riproducibilità? Oppure dovremmo rilasciarli, come suggerisce l’autore dell’articolo, senza alcuna protezione, tanto se qualcuno volesse clonarli e renderli disponibili potrebbe comunque farlo? La questione è articolata e complessa e ci piacerebbe coinvolgere direttamente i nostri lettori, animare nei commenti di questa pagina un piccolo dibattito che aiuti e indirizzi le nostre scelte future.

Concludiamo con un’ultima considerazione: noi non crediamo che la diffusione degli e-book sia un grosso rischio per l’editoria come la conosciamo, crediamo che ancora per lungo tempo i due mercati (cartaceo e digitale) continueranno a convivere e saranno di fatto due scenari per lo più paralleli e non in vera concorrenza, anzi, se ne saremo capaci, in grado di sostenersi l’un l’altro, di fare sistema. In altre parole: se noi da un libro fossimo solo incuriositi saremmo probabilmente disposti a spendere 4 o 5 € per acquistarlo in versione digitale, mentre invece forse nel dubbio eviteremmo di acquistarlo a prezzo pieno in formato cartaceo…

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