Il titolo di un libro, a volte, non trae affatto in inganno. La Calata del santo a tre gambe racconta esattamente quello che sembra. La storia di fondo di questo romanzo parla di un antico, cruento rito, un'irriverente processione che, tra sacro e profano, scorta dalla parte alta di un paese marsicano, Castromarso (riconoscibile la città natale dell'esordiente autore, Andrea Buoninfante, Tagliacozzo), le spoglie del presunto santo Cafusio Trigambe. L'annuale evento fornisce l'occasione ai paesani di scambiarsi "ritualmente" la giusta quantità di legnate, quella che, proprio perché rituale, permette di mantenere certi equilibri di potere proprio attraverso il loro sovvertimento momentaneo. Una festa, dunque, un giorno di sospensione dell'ordine consueto - come l'antica 'ncanata abruzzese, in cui ciascuno poteva permettersi di insultare, anche pesantemente, qualunque notabile - in cui finalmente si è tutti uguali, poveri e ricchi, potenti e umili, religiosi e laici, insomma egemoni e subalterni.
Ma questa storia è solo uno sfondo, determinante, sul quale se ne intrecciano numerose altre. L'anno domini in cui tutto si svolge, il 2002, dista un trentennio circa dall'ultima Calata, il rito interrotto all'irrompere della cronaca, "mito" lontano che resiste alla "storia" che un carabiniere forestiero, il maresciallo Giovine vorrebbe trovarci. Perché le cose in paese vanno in un certo modo, seguono una logica che non è esattamente quella che può riassumersi nei verbali dell'arma. I personaggi non sono sempre e definitivamente loro stessi: ciascun individuo in certe realtà di provincia porta con sé un antico bagaglio di leggende, si sovrappone cioè alla sua individualità il corredo comportamentale della sua razza che lo farà sempre agire, agli occhi dei suoi concittadini, come un degno rampollo della sua gens. I protagonisti del romanzo, dunque, non hanno solo i nomi, ma soprattutto soprannomi o, meglio, razze. Quando nella storia irrompe quindi un Pallettuni, porta con sé il bagaglio attitudinale della sua razza.
La storia si muove dunque esattamente come nelle bettole del luogo descritte nel libro, tra tressette e bestemmie. E sembra narrarla un vecchio avvinazzato, che coinvolge il lettore al punto che sa già cosa sta per accadere quando legge "arrivò 'Nnanzirete". E' per questa ragione che Andrea Buoninfante, per raccontare il suo giallo antropologico di paese, è costretto volta per volta a raccontare altre storie, a inquadrare tutti i personaggi, le razze, il loro mitico bagaglio. Il romanzo è un continuo alternarsi tra passato e presente, antico e moderno, c'è l'osteria e internet, un vecchio democristiano e un pornodivo, un prete bello e un santo a tre gambe. Sarà per questo che Buoninfante ricorre a un linguaggio che fonde costantemente l'aulico al crudo, che il giallo che s'intrica nell'intreccio si muove su ingredienti classici e sui generis: c'è il morto, c'è chi indaga, c'è il mistero che viene da tempi remoti e antichi rancori, ma poi a tenere impegnate le autorità c'è uno spargitore di merda, anche questo in senso letterale e metaforico.
Francesco Fanti, rivist@