Skype is the limit – gb intervista Federico di Vita ed Enrico Piscitelli, curatori di Clandestina | La Collana della Regina

"Clandestina" è un libro fatto di racconti (dodici), di disegni (undici) e di sonetti (uno). E' pubblicato da Effequ e si può comprare da qui e, dal 17 novembre in poi, un po' ovunque. In teoria ne avremmo dovuto parlare con in curatori, Federico Di Vita e Enrico Piscitelli. In pratica ho deciso di fare l'intervista via Skype, nonostante sapessi di commettere un grosso errore. Il risultato è che si è parlato di estetica, di aNobii, di Ruby, dei Musei Vaticani, di Salinger, di "Inception", di cose che ho dovuto eliminare per salvare dalla galera qualcuno e di "Clandestina". Alla fine è stato pure divertente.

gb: Cominciamo da aNobii: adesso Clandestina ce l'hanno in dieci. A quanto pensate che si arrivi?

Federico Di Vita: La domanda vera è se ce l'avrà mai qualcuno che non fa parte del giro.

Enrico Piscitelli: Secondo me aNobii è una cosa "da giro". Non conosco nessuna persona normale che abbia aNobii, solo autori, gente che scrive, editori ecc.

gb: Ma no, un sacco di "lettori medi" hanno aNobii.

F: Pure secondo me.

E: Va be'... Ma 'st'intervista? La facciamo ora? Dài. Ci togliamo il pensiero. gb sta già pensando alle domande. Bravo!

F: Secondo me è basito.

gb: No ero andato a prendere il libro. Questa è una cosa che mi scordo sempre di chiedere: sulla copertina di Clandestina c'è scritto "A MERTOR PRODUCTIONS. GLISSON-RELEASE", ma che significa?

E: È una cosa di Fernando Quatraro [l'editore], credo. La prima domanda e già non so rispondere…

F: Sono evidentemente cazzate, non solo roba di Quatraro. Di fatto l'ho deciso io.

gb: È una specie di messaggio in codice?

E: Dev'essere un bollettino BR cifrato.

F: "Glisson" è una parola che non esiste. Una volta Quatraro me la mandò in una mail parlando di un libro, tipo "controllo il font i margini i glisson...", al che io passai tutto il giorno dopo avvilito dalla mia ignoranza e chiedendo in giro in ambito editoriale-tipografico che cazzo fossero sti "glisson", e alla fine mi arresi  e dissi a Quatraro: "Guarda, non lo so". Lui apprezzò e mi rivelò che voleva scrivere "glissiamo", era un refuso che poi ha lasciato così per prendermi per il culo, ma tipo ha apprezzato la mia onestà intellettuale e ha detto - testualmente - "Uno come xxxxxxx avrebbe fatto finta di capire di cosa parlavo e magari avrebbe anche argomentato".

gb: Quindi "GLISSON-RELEASE" è una specie di monumento alla tua ignoranza.

F: Visto che bisognava mettere delle cazzate là al centro della finta locandina mi sono ricordato di "glisson". Poi MERTOR sono gli acronimi mischiati di MilanoRomaTrani e Il Grande Roe: MRT + Roe. Nel senso che veniva da quei due blog diciamo il motore della raccolta - che era anche vero.

E: Figo.

F: Sono ermetico.

E: Ti apprezzo di più, ora :D

gb: E così abbiamo risolto il mistero "Mertor-Glisson".

E: :O

F: Yeah.

gb: Tutto questo è l'intervista, ve ne rendete conto?

E: Vai Gia': terza domanda.

gb: Adesso ovviamente mi vengono solo domande idiote, tipo su Ruby Rubacuori.

E: Perché non c'è Ruby Rubacuori, nell'antologia?

F: Ancora non era scoppiato il caso, altrimenti l'avremmo contattata. Comunque nel racconto di Federico Longo a mio avviso emerge un punto di vista diffuso su personaggi come Ruby, e in quello di Calvisi invece si vede chiaramente come ormai se vuoi fare l'immigrato conviene che tu sia una fica [questa risposta deve essere vagliata dal mio ufficio legale che si trova nella mia testa quando questa non è invasa dalla febbre].

gb: No, ecco, sulla quarta di copertina si parla del "dovere civile della scrittura". Questa è una domanda seria: che è 'sto dovere civile? E' necessario? Serve a qualcosa?

F: Il dovere civile della scrittura io non so che vuol dire. Se vuoi un messaggio lo trovi nella buca delle lettere (cit).

E: La scrittura, come ogni altra azione umana, può - deve - avere un dovere civile. Una volontà chiara e diretta di migliorare le cose, di dire le cose come stanno. Di denunciare le cose - troppe - che non vanno. Di "impegnarsi". L'intrattenimento va benissimo, non è condannabile. Anzi è necessario, anche l'intrattenimento. Ma, in un momento come questo, davanti al fatto chiaro che una squillo brasiliana ha il numero diretto dell'uomo che dovrebbe governare saggiamente l'Italia, e può chiamarlo per qualsiasi puttanata, ecco: chi "scrive" non può solo intrattenere. Deve "dire".

F: "Il dovere civile non so che vuol dire / se vuoi un messaggio..." non è uguale a "intrattenimento", è uguale a "l'arte è svincolata da questa necessità", poi può capitare o no che ci sia un "messaggio", ma è un incidente del caso, non è elemento costitutivo del gesto artistico.

E: Secondo me, Fe', non è l'arte per l'arte, il dovere civile. È proprio scrivere di case occupate, di televisione oppiacea, di ex-neo-fascisti: occuparsi delle cose che non vanno, scrivendone.

F: Eh, secondo me questo è giornalismo, l'arte è un'altra cosa. Se poi capita capita, ma il dovere civile non è una prerogativa dell'arte.

E: Prendi Bianciardi, o Volponi. Quello è il dovere civile della scrittura.

F: A volte, appunto, capita. Altre no.

E: La narrativa non è arte. Come fa a essere arte? Non è immediata, né in fase creativa, né in fase ricettiva. Ha troppi media.

F: È una forma d'arte e come tale ha le sue caratteristiche, è l'arte più mediata, sì.

gb: L'arte per essere arte deve essere immediata?

E: Sì, non deve avere media, o il minor numero possibile.

gb: Cioè? Qual è un'arte immediata?

E: Siete mai andati allo Gnam? E' un posto bellissimo. Lì dentro c'è arte.

F: Anche se metti su The Dark Side Of The Moon lì dentro c'è arte. Anche se prendi Nine Stories di Salinger lì dentro c'è arte.

E: No. C'è il più grande artigiano della storia americana. Tu, Fede, ti senti un'artista quando scrivi? O un artigiano? Noi stiamo lì a limare ogni singola parola, a ragionare sul plot, sulle storie... Non c'è nulla di male a essere degli artigiani.

F: A parte questa cosa dell'artigiano, che vabbè, diciamo che non condivido, allora ti dico: nella Divina Commedia, nel Don Chisciotte non c'è arte? C'è arte. Ah, perché secondo te la metafora del limare da dove viene? Non verrà forse dalla scultura? In un gruppo scultoreo o in un dipinto secondo te non c'è sceneggiatura, non c'è spazialità, non c'è tempo, non c'è ragionamento? Mi sembra che tu abbia un concetto limitato di tutte le arti diverse dalla scrittura, come se quelle fossero pura ispirazione incontrollata, cosa che non sono.

E: Io parlo di narrativa, eh. La grande poesia è meno mediata. Io dico che l'arte è qualcosa di meno mediato possibile.

F: Allora la risposta è: fai un giro ai Musei Vaticani, così vedi l'arte e vedi come nelle arti plastiche e figurative ci sia tutto il lavoro che c'è nella scrittura, solo declinato in un altro modo, con diversi linguaggi.

E: Io non sto dicendo: scrittura no; scultura sì. Sarei scemo. Ci sono scritture non mediate, però la fruizione della scrittura è legata a troppe cose: alla tua comprensione di quella lingua; alla tua cultura ecc.

F: I livelli di comprensione ci sono in tutte le esperienze artistiche, solo che in alcuni casi essendo più passive si vedono meno, come per esempio si vedono meno al cinema, ma anche lì ci sono, perché è richiesta (a un livello superficiale) meno collaborazione al fruitore.

E: Sì, ma sono indipendenti dal tuo grado di istruzione e dalla tua lingua. L'arte deve essere universale, "leggibile" da tutti.

F: Ma questo non definisce uno spartiacque tra manifestazioni che sono arte e manifestazioni che non lo sono.

E: Per me lo spartiacque è il numero di mediazioni. Inception è arte?

F: Vabbè passiamo alla prossima domanda.

gb: Era tutto molto interessante.

E: Che ne pensi delle "mediazioni"?

gb: Non sono d'accordo con niente di quello che hai detto.

E: Eheh.

gb: Dunque, tornando alla letteratura, Federico dice: "il messaggio è un accidente"; Enrico dice: "la letteratura deve avere un messaggio". Ci siamo?

E: No. Credo che debba esistere anche una narrativa "impegnata", solo questo. Insieme a quella di intrattenimento. E l'impegno si decide "a tavolino", nel senso buono del termine. E' un'esigenza, insomma: "dire la propria su come vanno le cose".

gb: Ok. La seconda parte della domanda era: la letteratura "impegnata" può essere  effettivamente utile? Può servire a qualcosa?

E: Forse. E' una speranza. E insieme un sollievo, leggere altri "cittadini" che si fanno le tue stesse domande, che hanno i tuoi dubbi e propongono una critica.

F: Io ho risposto a questa domanda con le prime 2 righe. Comunque certo, che sia utile può capitare, ma è un accidente. Non una prerogativa. Non deve esserlo, può succedere che lo sia.

gb: Ok. Abbandoniamo i territori impervi dell'estetica. Come avete scelto gli autori dell'antologia?

E: Io ho pensato a quanto di buono stanno proponendo le riviste cosiddette underground. Alla qualità che c'è dentro quelle riviste, che andava messa dentro un libro vero.

F: Enrico all'inizio di questa avventura (che frase da rotocalco, ah!) conosceva meglio di me il mondo delle riviste underground (e in realtà lo conosce ancora meglio di me, anche se ho imparato a frequentarlo e a conoscerlo nel frattempo anche io), io ho sposato la sua causa, mi sembrava che fosse una buona idea quella di pescare gran parte degli autori in quell'ambito. Per quanto invece riguarda alcuni di quelli che ho contattato io, li ho invitati a scriverci un racconto perché li ritenevo adatti a questo disegno editoriale e perché in generale li considero dei buoni autori.

gb: Enrico, a proposito di riviste, il tuo progetto di network è fallito?

E: No. Siamo in attesa che il Bartelby lanci un aggregatore di riviste. Michele Barbolini aveva detto che sarebbe accaduto a settembre. Confidiamo nel fatto che sia pronto a breve.

F: Abbiamo 23 minuti, ci bastano?

gb: Sto pensando a una domanda intelligente ma mi viene solo questa cosa: che Clandestina è un oggetto molto curato, ci stanno un sacco di cose dentro (i disegni, un sonetto, i racconti) e niente, la domanda è: perché?

E: Bella domanda :) Io posso dire: per me è un passo avanti. Ogni cosa che faccio dev'essere un passo avanti. Ogni libro, ma non solo i libri. E poi, curare un'antologia in due ha i suoi vantaggi. Le cose si fanno meglio. C'abbiamo messo "amore" in due, e spero si veda.

F: Io rispondo: perché non avevamo di meglio da fare.

gb: Quale credete che sia il pubblico di Clandestina?

E: Forse: un pubblico giovane, impegnato, curioso. La verità è che vorrei che Clandestina finisse nelle mani di chiunque. Nelle mani di mia madre, come in quelle della mamma di Fede. Penso, insomma, che sia un libro che chiunque potrebbe aver voglia di leggere.

F: Probabilmente il target è quello di chi fa e di chi legge le riviste undergrond, soprattuto quelle on-line, che poi spesso coincidono (chi le fa e chi le legge). Inoltre si rivolge, ambisce a rivolgersi, allo stesso pubblico magari un po' snob a cui si rivolgono le raccolte che sono uscite in questi anni per esempio per minimum fax, con la differenza che Clandestina non è un prodotto snob, è a mio avviso un libro sincero. Quatraro (l'editore) ha detto che ha molto garbo e che forse a questo non verrà riconosciuto il giusto valore. E forse ha ragione.

E: Bella questione, quella del "riconoscimento"... Io mi ci sono rassegnato.

F: Non finirà nelle mani di mia madre a meno che io non la costringa ad afferrare il libro.

gb: Se glielo lanci contro mentre è distratta cercherà di prenderlo, per istinto.

F: È un modo, in effetti.

E: È l'ambizione di chi "fa" i libri. È più probabile che abbia un pubblico definito. Il nostro amico xxxxxxxx sostiene di non leggere "narrativa italiana contemporanea". Anche xxxxxxx xxxxxxx non legge NIC. Cioè, siamo al paradosso che chi si cimenta con una rivista di narrativa, una fanzine, non legge i libri che escono oggi. A meno che non siano tradotti dall'inglese. Quindi non posso basarmi su un pubblico di scrittori di fanzine, perché moltissimi di loro non leggono il contemporaneo, e la cosa è "imbarazzante".

gb: I racconti parlano spesso e volentieri di situazioni che così, a occhio, non rimandano direttamente alla clandestinità: tipo quello di Sparacino, quello di Matilde Quarti o il mio. Qual è l'idea di clandestinità che viene fuori, secondo voi, leggendo il libro?

E: Secondo me è stato rispettato il tema di fondo, che era, in sostanza: clandestino a casa tua, clandestino del tuo tempo. Ovvero una mancanza di appartenenza. Non apparteniamo più a nulla. Un alieno che lavora a fianco a me, rappresenta questo, in fondo. Come anche un essere umano che vive una vita accelerata davanti alla tivì.

F: Sì, è come dice Enrico. Secondo me il tema è stato rispettato in tutti i racconti in realtà, e se la raccolta è venuta bene, o per lo meno quello che a me piace della raccolta è che il tema della clandestinità sia stato declinato in modo per niente didascalico da tutti gli autori, ciascuno ha trovato la sua personalissima chiave, diversa da tutte le altre.

Se non ne avete abbastanza, domani sera alla libreria La Cité di Firenze a presentare Clandestina ci saranno Federico Di Vita, Ilaria Giannini, Vanni Santoni, Federico Longo e qualcun altro.

 

gb, La Collana della Regina

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