Federico di Vita

Federico di Vita è nato nel 1982. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), ed è autore di un introvabile libretto di viaggio. Svolge da qualche anno diverse mansioni nella galassia dimenticata della piccola editoria. È uno degli autori del blog satirico La Collana Della Regina.

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Pazzi scatenati

Un libro-inchiesta sul mondo della piccola e media editoria in Italia, con interviste e un testimonianze. Sotto la lente dell’autore i retroscena della catena di contatti e interessi che (non) portano i libri di tanti editori in libreria, le difficoltà promozionali e distributive, ma anche lo sfruttamento del lavoro di legioni di giovani laureati sotto il malcelato ricatto degli stage, delle “esperienze formative”.

Io penso che i piccoli editori siano dei matti, dei pazzi fantastici, spesso le piccole case editrici si basano su una persona, che c'ha questa idea un po' per il suo ego, un po' per le sue fisime; quest'idea di dare il suo taglio a una casa editrice. Io vedo i piccoli editori come dei matti, dei pazzi scatenati. 
(Alessandro Alessandroni, libraio)

 

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Effequ, radio e tv

Buonasera, vi aggiorniamo sulla nostra programmazione odierna.
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Quest'oggi, all'ora di pranzo, Daniele Coluzzi, autore di Rock In Progress sarà intervistato dai producers dell'etichetta Trovarobato, su Radio Città del Capo (uno dei canali di RadioPopolare). 
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Seguirà in serata intervista a Emiliano Mammucari su La Compagnia del Libro. Emiliano parlerà nel programma televisivo delle sue Lezioni Spirituali per giovani fumettari, il programma va in onda su TV2000 e va in onda stasera, alle 20:30

 
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Con sincera inimicizia – La lettura di Riccardo Guerra

Carrara, 29/10/2011

Mio caro Andrea,

ho appena adesso finito di leggere il tuo volume di doglianze (anche se io, nei tuoi panni, avrei preferito scrivere alla francese: doléances) e sono qui davanti a PC a scriverti gl’immancabili complimenti che ti devo fare per la bellissima opera che hai portato a doloroso parto

ancora mi scorre tra le mani la copertina satinata con il famoso attore americano urlante di cui mi parlavi a Pisa (che io ho forse riconosciuto in Ryan Reynolds, canadese e non americano, durante una scena del film “Buried”), e già mi lascia l’amaro in bocca l’averlo già finito; avrei preferito leggerne settecento pagine, invece delle canoniche centosettanta, col tuo italiano godibilissimo, picaresco, volutamente ampolloso, a tratti perfino tracotante; associabile a tutto il filone della c.d. letteratura fantastica con questo Barone Andrea Buoninfante di Münchhausen intento a cavalcare palle di cannone, rappezzare alla bell’e meglio cavalli tagliati a metà, arrivare dalla Luna alla Terra tagliando e ricucendo opportunamente il proprio codino eccetera – se sai cosa vuol dire ridere da soli davanti a un libro aperto, sai cosa dico

Quando mi sono laureato, nel 2006, alla verdissima età di trentacinque anni (ricordo che il Senato Accademico della Sapienza voleva propormi come membro ex merito, perdona il latinismo ridondante), discussi una tesi di laurea in Lingua Ungherese su un romanzo, di tal Dezső Kosztolányi, intitolato “Le mirabolanti avventure di Kornél Esti” in cui si parla di un protagonista, l’autore medesimo, il quale viaggia in lungo e in largo nell’Europa a cavallo fra gli anni ’20 e ’30, essendo calato in storie semplicemente assurde anche solo a raccontarle

In una di queste ad esempio, il protagonista si trova a dover compiere un viaggio in treno, di notte, attraversando la Bulgaria: ebbene, anche senza parlare una sola parola di bulgaro (che non fosse sì/no, grazie/prego, buongiorno/buonasera eccetera), egli riesce tuttavia ad intavolare una perfetta conversazione col capotreno (vedi come torna la Storia!), bulgaro, facendosi addirittura credere madrelingua, utilizzando solo quello che noi oggi chiameremmo “il non-verbale” ovvero la postura, le espressioni del viso nonché il sapientissimo uso del poco verbale che conosceva, ovvero i fonemi citati poc’anzi; e questo è lo stesso filone, picaresco appunto, boccaccesco, tronfio, sentenzioso, che è proprio di tutta la letteratura fantastica, da Cervantes a Raspe, fino al mio ungherese Kosztolányi, appunto

A farla breve: un protagonista, tale Andrea Buoninfante, si trova alle prese fra mille vicissitudini fra improbabili avvocati impegnati a coordinarsi per ben due anni prima di trovare un quarto d’ora (“un quarto d’orina”, come direbbe la Clerici) per tappare un buco in un bagno; capotreni (o capitreno, boh) che invitano a non fidarsi dei tabelloni di Trenitalia; bigliettai della medesima azienda, nel pieno della classica crisi di mezz’età, con i loro pistolotti sul ’68 come risposta alle tue lamentele sul disservizio; ingegneri appartenenti all’ordine delle beate suorine scalze decaffeinate dell’ordine di cosa stracazzo erano, che vogliono cacciare una troupe intenta a girare un film in un asilo dismesso; fogli da cinquanta euronzi tinti in un romantico blu antitaccheggio che svaniscono nei meandri delle poste; amici con centraline internet – in pieno centro di Roma – in scantinati che si trovano in realtà in sovrano territorio lusitano; il tutto in stile epistolare, con anche una decrittazione di procaci e verbose email

Mi ha colpito la lettera, che tu hai indirizzato al capo di una setta religiosa, tale Josef Alois Ratzinger, nella quale descrivi per sommi capi il tuo accettare un ruolo per un film, l’ingresso della troupe in un asilo abbandonato ma appartenente al famoso ordine delle beate suorine decaffeinate con sei elettroni ionizzati eccetera, in cui tu e la troupe medesima chiedete tutti i permessi burocratici ed amministrativi del caso (circa ottocentotrenta se non ricordo male) al fine di poter occupare lo stabile pro tempore e poter ivi girare un film (“un filmi divertevole”, come direbbe il Signor Clemente), accomodare tutte o quasi le servitù idriche dello stabile gratis, posizionare gli effetti letterecci dentro le aule, salvo poi scoprire che si tratta di un feudo del patrimonio di san pietro custodito dalle tremebonde suorine dietro il grazioso ufficio dell’ingegnere che ne patrocina gl’interessi sul campo, e quindi rischiare di essere cacciati extra moenia

Del che io personalmente ho dedotto quanto segue: 1) l’ingegnere era probabilmente un esemplare adulto di MdF (Morto di Figa) il quale, sprovvisto di esemplare femmina per la copula, si butta a capofitto nella preghiera e nella pia devozione verso le beate suorine decaffeinate con doppio turno alla francese, di cui fa anche da Don Rodrigo nei confronti dei loro beni immobili; 2) e difatti, anche se mai conosciuto da me di persona, mi piace immaginare l’MdF  così, col pantalone stirato, il giubottino con lo zip chiuso, color crema, con la biro nel taschino (Rain Man), le mani giunte dietro con la compunta tranquillità di un pensionato in villeggiatura, il capello con la scriminatura, l’occhiale da nerd; 3) probabilmente l’MdF in questione aveva ipotizzato che il film che stavate girando fosse un porno, da qui forse le sue condizioni ostative al ciac si gira (bella st’ipotesi); 4) la c.d. setta religiosa chiamata di seguito “chiesa cattolica” è votata alla carità ed aperta verso l’altro come io sono il batterista degli Scorpions; 5) leggendo l’epistola in questione, il mio primo impulso è stato quello di prendere un bazooka (russo, su questo voglio essere chiaro), andare in piazza san pietro, puntarlo contro la facciata del luogo di culto ivi contenuto e deturpare la preziosa facciata del milleseicentododici, opera del Maderno; 6) le beate suorine del caciocavallo appeso hanno ottenuto lavori di idraulica che poi, micragnose, non hanno pagato; 7) perché “suorine”? meglio naziste

Un’ultima cosa, prima che questa mia voluminosa e per certi tratti perfino imbarazzante lettera giunga al suo termine: essendo sempre vissuto fra Roma e Tagliacozzo, avendo quindi appreso i rudimenti del dialetto centro-meridionale parlato fra Lazio, Abruzzo e Molise, e dovendo in seguito fare i conti col ceppo gallo-italico parlato qui a Carrara (per intenderci: un dialetto a metà fra il ligure e l’emiliano) mi è capitato, una sera, di dover commentare una temperatura abbastanza rigida, con amici autoctoni: ebbene, invece di rispondere in un accettabile italiano io, ch’ero sovrappensiero, fissando il pavimento del marciapiede, me ne uscii con un tagliacozzanissimo “eh scì, è na crì friscarejjo...

non posso, caro Andrea, descrivere a parole la faccia basita che fecero i miei amici apuani quando mi udirono profferire tale frase; se avessi parlato in wolof, lingua comunemente parlata in Camerun, si sarebbero scioccati oltremodo meno

ti sarai accorto che io, scrivendo, ho eliminato il punto alla fine di ogni frase: perché lo ritengo ottocentesco, retrogrado, conformista, ma non è la sede adatta per parlare di questo

sorvolo sulle svetlane e sulle samanthe a spasso per la caput marsorum con le mozzarelle di bufala bene in vista, sulle marsicanissime atmosfere che mi hai fatto tornare in mente; ti rinnovo i miei complimenti per il tuo stile esilarante, borioso e circonvoluto, da leguleio seicentesco, fintamente ossequioso (Comedie de l’Art? Molière?) ma mai grassoccio e volgare come per esempio è la comicità tipica della cafonanza arricchita fatta da chi la rappresenta degnamente coi suoi cinepanettoni

se posso darti un consiglio: méttici più coscienza di classe; un avvocato che si coordina per due anni prima di rendersi a te disponibile, è un ricco professionista che se ne strafrega di come versa l’appartamento di una persona più povera di lui, tràine le dovute conseguenze

ti saluto con piissima osservanza,

tuo
Riccardo Guerra

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